Make your own free website on Tripod.com

All'altro capo del mondo una replica della piana di Gizah.

Ho scoperto una sfinge marziana in Perù.

Nella piana lunare di Marcahuasi spiccano centinaia di gigantesche pietre sagomate e modellate grazie ad una tecnologia sconosciuta. Furono scolpite dagli atlantidei?

Di Alfredo Lissoni

Quest'estate il sogno dell'esploratore milanese Marco Zagni, che i nostri lettori già conoscono, pareva essersi realizzato. Finalmente si erano fatti avanti diversi sponsor francesi intenzionati a finanziare una spedizione nel cuore dell'Amazzonia, ove la leggenda vuole sia esistito il regno del Gran Paititì e ove, nell'area di Pantiacolla, spiccano ben dodici piramidi in doppia fila, fotografate dai satelliti ma la cui esistenza è da sempre negata dall'archeologia ufficiale. L'Operazione Pantiacolla, che avrebbe finalmente svelato il mistero dell'esistenza o meno di un'antica civiltà perduta amazzonica, è però tutt'a un tratto naufragata dopo che misteriosamente ed inspiegabilmente alcuni dei principali sponsor hanno ritirato i finanziamenti, senza offrire spiegazioni. Ma nel frattempo Zagni non ha perso tempo. Ecco quanto ci ha raccontato, al ritorno della sfortunata spedizione.

SITI ARCHEOLOGICI IGNORATI

Racconta Zagni:"Il 9 agosto 1998, dopo avere aspettato inutilmente per 20 giorni in Perù insieme ad altri compagni l'équipe francese guidata da Thierry Jamin, capo di quella che avrebbe dovuto essere la più importante spedizione mai realizzata per tentare di raggiungere le piramidi di Pantiacolla nell'Amazzonia peruviana, me ne stavo ritornando mestamente a Lima a bordo di un aereo della compagnia Acroperù, proveniente da Cuzco. Non c'erano parole per spiegare un fallimento simile: qualcosa in Francia era andato storto.

Ma avevo ancora circa dieci giorni da impiegare prima di tornare in Italia; pertanto, di comune accordo con il mio amico peruviano Paul Mazzei, decisi di tentare di raggiungere uno strano luogo sulle Ande centrali, Marcahuasi".

Di Marcahuasi aveva parlato negli anni Cinquanta l'esploratore esoterista Robert Charroux, sostenitore accanito dell'esistenza degli UFO e di Atlantide; era stato il primo a fornire alla stampa delle

fotografie del sito archeologico; poi, inspiegabilmente, sugli eccezionali ritrovamenti era calata un'imperforabile cappa di riserbo, durata sino ad oggi. Evidentemente è "destino" che non si debba sapere troppo degli enigmi atlantidei del cuore dell'Amazzonia. Il viaggio di Zagni, in quest'ottica, è oltremodo interessante, in quanto ci permette di saperne di più su un enigma archeologico volutamente ignorato da oltre mezzo secolo dall'establishment accademico.

Prosegue Zagni:"Furono spesi alcuni giorni ancora a Lima, necessariamente per rifornirsi e per adattare, trasformandolo, il mio equipaggiamento perfetto per la foresta amazzonica, ma assolutamente inadeguato per resistere al freddo invernale (per il continente Australe ), di una montagna andina alta più di 4000 metri, dove si scende tranquillamente sotto lo zero.

Partimmo da Lima il 14 agosto all'alba su un torpedone affollatissimo, percorrendo velocemente la strada Lima-Chosica. Da lì avremmo cambiato autobus e, percorrendo lentamente le tipiche e pericolose strade andine a strapiombo sui precipizi, raggiungemmo raggiungere il campo base situato nella piccola comunità di S. Pedro de Casta, a 3200 metri sul mare, posta sotto la montagna magica di Marcahuasi. Così infatti avvenne, con l'aggiunta però della montagna di polvere che avevamo letteralmente dovuto mangiare durante il tragitto : su certi torpedoni della cordigliera si viaggia con i finestrini aperti".

NEL VILLAGGIO DI S.PEDRO

"Alle tre del pomeriggio", prosegue l'esploratore, "ci trovavamo nella piazzetta di S.Pedro de Casta intenti a mercanteggiare con i campesinos, i contadini, l'affitto di un asino necessario per affrontare un'ascensione di più di 1000 metri di dislivello e così raggiungere il plateau o Altipiano di Marcahuasi; il problema era che dovevamo farcela in meno di tre ore, perché alle sei di sera il sole tramontava e su quella mulattiera al buio sei perduto. La salita fu durissima perché molto ripida, ma in 2 ore arrivammo in cima.

Osservammo il bellissimo tramonto nei pressi della Capanna di Pietra, un rifugio costruito negli anni Cinquanta per il professor Daniel Ruzo, lo studioso che per primo fece conoscere questo posta meraviglioso e che passò lì nove anni della sua vita. La stellata notturna australe fu fantastica: era difficile riconoscere le costellazioni dalla moltitudine di stelle che si vedevano.

Il giorno dopo, 15 agosto, di buon mattino, salimmo ancora un pochino dal nostro rifugio per cominciare a visitare l'altipiano. In quattro o cinque chilometri quadrati saremmo stati in tutto dieci persone; quasi tutti erano alpinisti e pertanto poco interessati a fotografare ed analizzare le sculture rupestri della zona. Io invece volevo osservare con i miei occhi lo stato delle famose teste umane e delle forme animalesche di Marcahuasi: ci rendemmo subito conto che per visitare bene l'altipiano ci sarebbe voluta almeno una settimana; soprattutto avremmo dovuto lavorare con calma, sia per i problemi legati all'altitudine che per il fatto di dovere aspettare gli orari più favorevoli per fotografare le sculture. Quel poco che facemmo nei tre giorni che avevamo a disposizione fu comunque sufficiente. Le rocce scolpite sono affascinanti anche se purtroppo molto deteriorate; appaiono come decisamente antiche; tutto, là, da questa sensazione di un tempo remotissimo. Il professor Ruzo parlava apertamente di fine dell'ultima epoca glaciale".

MONUMENTI ALLE STELLE

"Eccezionali", prosegue Zagni, "appaiono a prima vista il Monumento all'Umanità ed il Leone Africano", secondo la terminologia usata da Ruzo. Quello che mi domando è chi o cosa abbia potuto scolpire quelle rocce enormi. E soprattutto, cosa ci faccia la sagoma di un leone da savana africana con tanto di criniera su una roccia a 4200 metri di altitudine sulle Ande del Sud America. Ma queste cose come le spiegano gli archeologi ortodossi? C'era decisamente qualcosa che non quadrava. Con una bussola militare constatai che il corpo del Leone era posizionato su un asse nord-sud, mentre il rilievo del volto puntava senza dubbio ad est, al sorgere del Sole. Mio tornavano in mente le opere di Bauval e Hancock. Il Leone peruviano era un indicatore geografico ed equinoziale come la Sfinge di Gizah, il leone egiziano delle teorie di John West. Solo che qui eravamo all'altro capo del mondo!".

Quando chiediamo una spiegazione all'esploratore, domandando se opti per una spiegazione convenzionale, aliena, atlantidea o naturale, ci risponde:"Quello che ho visto a Marcahuasi non può essere solo una bizzarria della Natura: io semplicemente dico che sarebbe ora che certe persone la smettessero di prendere in giro la gente. In ogni caso oltre ad opere incaiche relativamente recenti, ho potuto trovare tracce evidenti di antiche scalinate di strade e quelle che sembrano delle rovinatissime mura ciclopiche sul tipo di Sacsayuaman e Cuzco, con grandi pietre ad incastro. Quale ne sia la reale natura lo ignoro, ma ripeto, il tutto sembra si perda nel più remoto passato. Il peso di questo tempo trascorso è inquietante.

Molte altre rocce modellate che si trovano nei paraggi ricordo bene un gufo ed un lama o un cammello; esse sono in mezzo ad altre pietre stranissime dai colori chiari e scuri. Tornando in Italia nei giorni seguenti pensavo all'enorme interesse che potrebbe suscitare un moderno studio accurato dell'altipiano. Sono sempre di questo parere e proprio in questo periodo mi sto impegnando nel tempo libero a diffondere quello che ho visto, insieme alle impressioni che ho avuto".

Peccato che l'archeologia ufficiale continui a fare orecchie da mercante...