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"Sulla superficie di Marte scorrono dei fluidi"
Lo svela un ricercatore australiano precisando: "Ma non si tratta di acqua..."

9 gennaio 2003 - Uno scienziato australiano ha annunciato la scoperta di fluidi su Marte, Ma non si tratta di acqua, bensì di diossido di carbonio. Nick Hoffman, geologo dell'università di Melbourne, ha spiegato alla radio pubblica australiana che si è accorto della presenza del liquido osservando immagini prese vicino ai poli del pianeta dalla sonda Mars Global Surveyvor.
Hoffman ha aggiunto che non si può trattare di acqua, "perché l'atmosfera di Marte non lo consente": la temperatura arriva fino a 140 gradi sotto lo zero e l'atmosfera è formata per il 95 per cento da diossido di carbonio. La presenza su Marte di anidride carbonica ghiacciata non esclude quella di acqua e, comunque, l'esistenza di CO2 potrebbe servire in futuro ad eventuali astronauti sia per la produzione di acqua che di comburenti per le astronavi. È quanto risulta da numerosi studi della Nasa in merito alle
affermazioni di un ricercatore australiano secondo cui su Marte esisterebbero flussi di fluidi, quali l'anidride carbonica, ma non di acqua. Tra le prove fornite dalla Nasa, la più recente riguarda le immagini inviate a Terra nell'ottobre 2001 dalla sonda Nasa Mars Odyssey. In particolare, una foto a raggi infrarossi della superficie marziana mostra una porzione di circa 20.000 chilometri del Polo Sud di Marte, con una parte della calotta ghiacciata composta di acqua e anidride carbonica.
L'analisi di migliaia di immagini e misurazioni altimetriche fatte negli ultimi anni ha rafforzato l'ipotesi che su Marte ci sia stata acqua, anche grandi oceani. Comparando immagini e dati inviati dal 1997 dalla sonda Global Surveyor, secondo studiosi americani, russi e ucraini della Brown University di Rhode Island, si compone un quadro di indizi sulla passata esistenza di almeno un grande oceano che si estendeva intorno al Polo Nord marziano. Il volume del presunto oceano conferma le stime fatte attraverso altre analisi seppure più induttive. Una serie di terrazze che si sviluppano parallelamente alla presunta linea costiera somigliano a quelle geologicamente tipiche di acque che si ritirano.
Nelle parti più basse ci sono fratture del suolo simili a quelle prodotte negli antichi laghi terrestri dal fango disseccato. I crateri formati dall'impatto di asteroidi precipitati suggerisce inoltre che l'acqua possa essere prossima alla superficie. Visti sotto questa luce, anche i famosi canali marziani indicherebbero che all'inizio della fase più calda e umida del pianeta centinaia di milioni d'anni fa, si formavano grandi masse correnti d'acqua che, scavando il suolo, andavano a confluire negli oceani. La direzione dei canali nell'emisfero settentrionale sembra coerente con questa ipotesi. Finora si riteneva che le profonde valli di Marte fossero state formate da fiumi di acqua piovana, ma i dati finora a disposizione degli studiosi non hanno mai permesso di spiegare come fosse possibile lo scorrere dell'acqua, visto che la temperatura del pianeta è costantemente sotto zero. I dati raccolti nelle missioni delle sonde Mariner 3 e Viking avevano suggerito come possibile spiegazione un effetto serra causato 3,8 milioni di anni fa dall'anidride carbonica diffusa nell'atmosfera. Recenti calcoli, comunque, mostrano che in ogni caso tale effetto sarebbe stato minimo. Secondo una teoria, l'energia termica del nucleo del pianeta e il calore prodotto nell'impatto con asteroidi avrebbero innalzato la temperatura di quella frazione di grado sopra lo zero sufficiente a far scorrere l'acqua. Altre prove della possibile esistenza di acqua su Marte potrebbero venire dalle prossime missioni di sonde dirette verso il Pianeta rosso, come la Mars Express in costruzione da parte dell'Agenzia Spaziale Europea. In particolare, una sonda che la Nasa ha in programma di inviare su Marte nel 2005 per riportarne sulla Terra campioni del suolo, potrebbe fabbricare da sola sul pianeta il propellente per il viaggio di ritorno. Un gruppo di ricercatori sta studiando un dispositivo denominato ISRU (In-Situ Resource Utilization) che ridurrebbe notevolmente la massa al lancio della sonda e i costi della missione. Una volta arrivata su Marte, dalla sonda si staccherà un dispositivo mobile (rover) che per 20 mesi andrà in giro a raccogliere campioni. In questo periodo, la fabbrica automatica di propellente installata sulla sonda assorbirà di notte l'anidride carbonica dell'atmosfera e di giorno, col calore solare, la scinderà ricavandone ossigeno liquido ad ritmo di quasi 5 chilogrammi al giorno. L'ossigeno sarebbe utilizzato per il viaggio di ritorno insieme all'idrogeno che invece sarà portato dalla Terra. Poichè l'ossigeno occorrente è quasi una tonnellata, una produzione sul posto consentirebbe un notevole risparmio. Alla Nasa sono stati già realizzati due prototipi di ISRU basati su due tecniche e due reazioni chimiche diverse. Il progetto della sonda è stato assegnato dalla Nasa alla Lockheed Martin Astronautics che ha il compito di contenere il costo sotto i 100 milioni di dollari, anche facendo ricorso ad apparecchiature già esistenti. Il carico utile non dovrà superare i 100 chilogrammi.